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Shaaren Pine con la figlia Ara e il marito
Shaaren Pine con la figlia Ara e il marito

Non ditemi che sono stata fortunata ad essere adottata

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Shaaren Pine con la figlia Ara e il marito

Shaaren Pine con la figlia Ara e il marito

Non sono mai stata brava a raccontare la mia storia, ma ultimamente ho trovato aiuto nel più improbabile dei luoghi: mia figlia Ara di 7 anni.

Pochi mesi fa, un caro amico mi riportò una conversazione che aveva appena sentito tra Ara e suo figlio di 6 anni.

«Ho sentito che parlavi con Graham dell’adozione?» Chiesi ad Ara poco dopo.

«Sì» disse.

«Che cosa gli hai detto?» Chiesi.

«Ho solo detto che io sono un po’ come un’adottata, ma invece di avermi portato via la madre mi hanno tolto la mia nonna nera.»

Ero sbalordita. Stava esprimendo così chiaramente i suoi sentimenti a riguardo dell’adozione. Esprimendo i suoi sentimenti sulla mia adozione così chiaramente.

Lei era capace di provare i miei stessi sentimenti, di essere stata separata dalla sua famiglia, dalla sua cultura, dalla sua storia e di aver una parte mancante di sé stessa.

E Graham era un amico meraviglioso per lei. Ascoltò, chiese un paio di domande, e, cosa più importante, non la demoralizzava dicendole che era troppo sensibile.

Nei miei quasi 40 anni, sono stata capace di parlare dell’adozione solo recentemente, onestamente e apertamente. E questo è incredibilmente difficile.

Quando avevo 4 mesi, sono andata via dall’orfanotrofio in India per andare dai miei genitori adottivi in Groton, Massachusetts. Non dirò mai che non ho avuto una buona infanzia. La mia vita è stata invidiabile in molti aspetti. Ma è anche vero che l’adozione è un’esperienza traumatica per tutta la vita, che raramente è riconosciuta tale. Purtroppo, non c’è modo di convincere un non-adottato che l’adozione sia dura, e che continua nell’età adulta salvo che questa persona non vuole sentirla. E nella mia esperienza, sono stati poche.

Per me, essere un’adottata è come fare un brutto incidente d’auto e sopravvivere con ferite devastanti. Ma, invece di confermare che sia stato un incidente, la gente dice che tu sei stato fortunato, e che devi sentirti tale. Anche se le ferite non smettono di far male, e non sono mai guarite abbastanza. Anche se le ferite ostacolano lo stato di salute devi comunque vivere in modo da sentirti bene tutti i giorni.

Così ho imparato a non parlarne. Anche se le mie ossa dolevano.

Per qualche ragione, la mia sorprendente figlia sa che può parlare di quell’incidente che ha avuto un impatto nella sua vita, anche se le ferite sono invisibili, anche se lei non era là quando è successo. La perdita, nell’adozione, è davvero multigenerazionale. Quando era più piccola, Ara voleva sempre ritrovare la sua famiglia mancante. “Forse, mamma, se … chiamiamo l’orfanotrofio o andiamo in India o scriviamo una lettera … potremmo trovarli.” Avrei sperato di aver la forza di verbalizzare questo bisogno primario sin da quando ero una bambina. Ma non l’ho fatto. Sto ancora imparando come esprimerli.

A volte mi immagino la mia vita come sarebbe stata se avessi avuto la sua fiducia. Se mi fossi sentita abbastanza sicura da rivendicare la mia storia e il dolore di essere un’adottiva. Se mi fossi sentita sicura tale da poterla condividere apertamente. E se avessi creduto nella gente disposta a sostenermi quando lo feci.

Probabilmente non avrei voluto morire così spesso a partire da quando avevo 11 anni. E probabilmente non avrei cominciato a tagliarmi i polsi quando ne avevo 12.

So che non tutti gli adottati hanno avuto le stesse esperienze che ho avuto io, ma so anche che la mia storia non è unica. Gli adottivi hanno la probabilità circa 2,5 volte maggiore di tentare il suicidio rispetto ai non adottati, secondo uno studio del 2001 su adulti adottati pubblicato dalla American Academy of Pediatrics. Uno studio del 2000 nel Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry ha concluso che gli adottati cercano supporto psicologico il doppio rispetto ai non adottati. E la prevalenza di abuso di sostanze è stata del 43 % più alta tra gli adottati rispetto ai non adottati, secondo uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista PLoS One.

Noi adottivi siamo spesso così impegnati a cercare di dimostrare che stiamo bene, ma è troppo tardi quando ci rendiamo conto che non è così. A un certo punto, ho smesso di pugnalarmi il polso, ma per molti anni, è stata la mia soluzione per negare – e viene negato – la mia verità.                   

Il dolore fisico del taglio ha intorpidito mio dolore emotivo, e mi ha aiutato a colmare il divario tra i miei due falsi dicotomici: l’adottato “felice” che aveva tutto dato e l’adottato arrabbiato che era stato portato via tutto. Da un lato ho avuto una vita normale con gli amici e lo sport e la scuola. Ma comunque chiedevo sempre da dove vengo, a chi assomiglio, quando era il mio compleanno vero, e se mia madre stava pensando a me quando io stavo pensando a lei. Forse mia madre mi ama? E se lei non lo fece, perché no? Cosa c’era di sbagliato in me? Perché la gente mi dice che mia madre mi amava così tanto che però mi ha abbandonato?

Stavo anche cercando di capire perché tutti pensano che dovrei essere grata perché sono stata adottata. O perché mi hanno detto che i miei genitori adottivi mi hanno salvato. O perché la gente sentiva che essere sconvolto o arrabbiato è una risposta irrazionale a vivere, per sempre, senza risposte.

Riuscite a immaginare di essere l’unica persona al mondo che sai di chi sei parente? In cima a queste domande interiori e segrete, portavo il peso di crescere in una città completamente bianca in una famiglia completamente bianca, insopportabilmente solo e senza speranza. Era impossibile per me abbracciare adottato, o di colore o un indiano. E non c’era possibilità per me di essere fiduciosa o bella perché ero troppo occupata a voler essere bianca o carina o non-adottata, come i miei amici.

Poche settimane fa durante la lezione di ginnastica di mia figlia, una bambina bianca mi ha guardato e sussurrato: “Sei così bella!” Non ci potevo credere. Sono molto grata che mia figlia sta crescendo in una comunità dove anche quelli di colore possono essere belli. Dove lei non debba desiderare di avere la pelle bianca.

Mia figlia mi dice sempre, soprattutto se sono vestita per uscire – «Oh, Mamy, sei così bella» Lei adora i tacchi, e soprattutto gli abiti indiani. La cosa più importante, però, è che quando si veste con gli abiti indiani, quando si guarda allo specchio, si vede bella. Ovviamente, non si tratta solo di sentirmi grata perché lei vede la sua bellezza. Mi sto preoccupando di come lei stia elaborando il suo posto nel mondo.

Gli adottivi e i nostri figli, pur essendo collegati tra loro, possono ancora sentirsi soli, senza famiglie allargate o radici o qualcuno che ci somiglia. C’è quella sensazione inevitabile che molti di noi, noi stessi e i nostri figli, hanno: che potremmo, in qualsiasi momento, semplicemente galleggiare via nell’etere, perché non abbiamo nulla a cui aggrapparci.

Spero che mia figlia si possa sentire sempre fiduciosa nella sua bellezza e forza. E spero che lei sia sempre disposta a raccontarmi la sua verità. E ancora di più, spero che io possa essere sempre disposta ad ascoltarla. Soprattutto se smette di aver fiducia, come ho fatto io. E soprattutto se si smette di parlare, come ho fatto io. Come dice lei stessa, si sente già come un’adottiva. Ed essendo un’adottata, a volte, è troppo da sopportare.

http://www.washingtonpost.com/lifestyle/magazine/please-dont-tell-me-i-was-lucky-to-be-adopted/2014/12/31/9e9e9472-6f48-11e4-ad12-3734c461eab6_story.html

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